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Interventi


Ettore Perrella

La psicanalisi non è una psicoterapia.

Lettera aperta al Presidente dell’OPL,
e a tutti gli psicologi che vogliano continuare ad esserlo

Sotto il titolo Cos’è la psicanalisi laica. Presa di posizione di OPL (Ordine Psicologi Lombardia) è apparso di recente, sulle pagine web dell’Ordine stesso, un intervento del suo Presidente Mauro Grimoldi. Che il Presidente di un Ordine abbia sentito il bisogno di prendere posizione sulla psicanalisi laica è senza dubbio significativo. La psicanalisi per Freud è “laica” perché non s’insegna e non s’impara all’Università. Freud ha insegnato psicanalisi all’Università (si veda la sua Introduzione alla psicanalisi), ma quelle lezioni erano destinate a persone esterne al campo della psicanalisi. È del tutto evidente che, per un Ordine di professionisti, che si formano all’Università – come gli psicologi –, e che include un elenco di psicoterapeuti, che si formano con corsi universitari o parauniversitari, per esercitare la psicanalisi bisogna essere abilitati (parola di Grimoldi). Quindi la presa di posizione è implicita. Perché, allora, esplicitarla? E che cosa teme l’OPL?
Molti – troppi – psicologi sono felici e contenti d’una sentenza della Corte di Cassazione che, dopo dieci anni in cui i tribunali italiani avevano saggiamente distinto la psicanalisi dalle psicoterapie – rispettando così il senso della legge 56 del 1989, che aveva istituito l’Ordine degli psicologi e l’elenco degli psicoterapeuti –  ha deciso che invece la psicanalisi… è una psicoterapia.
Un tribunale ha il potere di decidere che due cose diverse sono uguali? Mi pare chiaro che no. E tutte le sentenze di questo mondo non possono far diventare quadro quello che è rotondo. Ma troppi psicologi – fra cui Grimoldi – hanno applaudito. Vorrei provare a mostrare perché, e con quali conseguenze.
Dalla sentenza intanto è conseguito che molti analisti (fra cui io stesso) hanno sottoscritto un Manifesto per la difesa della psicanalisi laica che l’illustre Presidente immagina di confutare nel suo articolo, firmandolo, fra l’altro, come Presidente, e non solo con il nome ed il cognome. Quindi la sua posizione è attribuita all’Ordine stesso, almeno a quello della Lombardia.
Tralasciamo pure il “sedicente” che Grimoldi attribuisce al Manifesto, forse perché crede che basti un aggettivo usato a vanvera per iniziare una confutazione. Come faccia un testo scritto ad essere “sedicente” mi risulta del tutto misterioso, dal momento che un testo ha il titolo che di solito gli dà chi lo scrive, mentre nessun testo ha la capacità di autonominarsi. Veniamo, invece, ai contenuti.
Ci sono due cose che nessuno può fare quando parla in vesti ufficiali, vale a dire a partire da una funzione pubblica:
1. dare dell’imbecille all’interlocutore, che del resto spesso fa parte dello stesso ordine di cui Grimoldi dirige una sezione regionale;
2. presumere di sapere quello che non rientra nella propria funzione.
Il buon Grimoldi, ahinoi, nel suo scritto “autorevole” ha fatto entrambe le cose.
Secondo lui, i firmatari del Manifesto richiederebbero un “divorzio fra psicanalisi e Legge” (ma quando mai la psicanalisi s’è sposata con la Legge?) e questa richiesta “appare alimentata da timori paranoici, anacronistica, ipostatizzata, personalistica e pretestuosa”.
Caro Grimoldi, Lei non ha nessun diritto d’attribuire una paranoia a nessuno, e tanto meno a degli iscritti al Suo Ordine, come sono io e molti altri firmatari di quel Manifesto. Potrei facilmente risponderLe con altri aggettivi, se proprio volessi qualificare clinicamente il Suo testo, ma me ne asterrò per decenza. Sappia comunque che il suo tentativo di far passare una legge per la Legge è caratteristico d’un riduzionismo (della Legge alla legge) che è proprio d’una categoria clinica che non è la paranoia... Mais passons.
Il vero problema è di capire come può accadere non solo che il Presidente d’un Ordine si esprima con questi toni da caserma, ma anche che molti psicologi abbiano plaudito alla sentenza della Cassazione, quando era evidente la falsità del suo presupposto, invece formulato candidamente da Grimoldi, con le seguenti parole: “La psicoanalisi non è nominata nella legge come nessuna altra prassi di cura della psiche, ma trova cittadinanza in un contenitore improprio, dai confini incerti, ma innocuo, quello della psicoterapia”.
Per capire che questo è totalmente falso basterebbe leggere le trascrizioni – accessibilissime via internet – delle Commissioni parlamentari che formularono il testo della legge 56, dalle quali è chiarissimo che la parola “psicanalisi” fu esclusa dal testo della legge proprio perché la psicanalisi era esclusa dalle psicoterapie. Ma nessuno – né gli psicologi né i giudici della Cassazione – si sono presi il disturbo di verificare quale fosse, allora, la “volontà del Legislatore”, come dicono i giuristi nei casi in cui le prescrizioni d’una legge non sono del tutto perspicue.
Come si spiega? Per quale motivo delle affermazioni che sarebbe facilissimo verificare vengono invece date per scontate? Di quale imbarbarimento è frutto quel delirio legalistico che pretende oggi di far rientrare la psicanalisi in un ambito che non le è mai appartenuto, e nel quale soffocherebbe, se i firmatari di quel Manifesto non continuassero a fare di tutto perché questo non accada?
L’ambito delle psicoterapie non è affatto “innocuo” come pretende il Presidente, perché le psicoterapie sono definite come cura (lo dichiara lui stesso), e quindi rientrano in un settore in cui il signore e padrone, con buona pace di tutti gli psicologi, è l’Ordine dei Medici. E non era stato Freud a dire che la formazione dei medici è esattamente contraria a quella che devono avere gli psicanalisti?
Il buon Grimoldi, invece, è felice e contento del fatto che molti Istituti per la psicoterapia, “d’ispirazione psicanalitica”, rendano obbligatoria l’analisi per i loro iscritti (naturalmente presso gli stessi sedicenti – stavolta per davvero – analisti che li dirigono). Come ci si può ispirare alla psicanalisi e nello stesso tempo servirsi d’un potere istituzionale per costringere qualcuno che crede d’aver bisogno d’un pezzo di carta a sborsare settimanalmente altri pezzi di carta, vale a dire, annualmente, parecchie migliaia di Euro? Non sanno i sedicenti analisti, ed il Presidente dell’OPL, che, se fosse vero che la psicanalisi è una psicoterapia, e se la psicoterapia è una cura, rendere una cura obbligatoria significa violare la Costituzione italiana? In effetti, grazie ad Aldo Moro, che vi fece introdurre un opportunissimo articolo, nessuno può essere obbligato a curarsi.
Quando si crede che una legge sia la Legge, si finisce sempre per trasgredire, con la seconda, anche la prima: è quel che fanno tutti i perversi del mondo. Loro sì che dovrebbero curarsi per legge, perché oggi si tratta d’un problema di salute pubblica, che trascende di molto l’esistenza dei poveri psicologi.
Nessuna legge può far diventare quadro quel che è tondo, né far diventare un’analisi una cura sanitaria. Ma – si potrebbe ribattere – non sono gli analisti stessi che hanno sempre detto che un’analisi ha effetti terapeutici? Certo, ma gli effetti non sono la struttura. Ed effetti terapeutici può avere qualunque parola, anche una chiacchierata col parroco o con il pizzicagnolo. E che diremo di tutti i genitori? Devono essere psicoterapeuti anche loro? E non forse proprio il fatto che troppo spesso lo diventano, perché non sono in grado d’essere padri e madri, a produrre effetti disastrosi nella clinica?
La struttura della psicanalisi non è affatto terapeutica, caro il mio Grimoldi, ma è formativa. E ben inteso non lo è in termini universitari, vale a dire con criteri uguali per tutti, ma individualmente.
Ergo, con il legalismo policier degli psicologi, che sta trasformando il loro Ordine in un organo di polizia, invece che in un organismo di promozione del lavoro, si sta tentando di soffocare né più né meno che la stessa cosa che gli psicologi, invece, dovrebbero sempre custodire: la libertà individuale di formarsi, e quindi di decidere e d’agire.
Questa politica non danneggia solo gli psicanalisti laici – che sono gli unici ai quali possa darsi sensatamente questo nome –, ma anche tutti gli psicoterapeuti e gli psicologi, ed infine qualunque formazione, anche la loro.
Se agli Ordini riuscisse la squallida operazione che stanno compiendo da anni, per di più senza nessuna consapevolezza dell’autocontraddizione in cui questo li mette, non sarebbero solo gli analisti a non poter più svolgere la propria funzione, nella formazione individuale, ma sarebbero anche gli psicoterapeuti e gli psicologi a non potersi più prendere cura di nessuno. Tutte le pratiche psico- non dovrebbero curare, ma prendersi cura. Se si fa il contrario, quello che si produce in due minuti è che la psicoterapia diventa un’appendice – “innocua”, come dice Grimoldi – della medicina.
Cari psicologi, è questo che volete? Diventare dei lacchè degli ospedali e dei primari? Proprio questo è il destino che vi state preparando, da quando pensate che indagare sull’esercizio abusivo della vostra professione faccia parte costitutivamente dei compiti del vostro Ordine.
 Siete voi che allora, come dimostra chiaramente il vostro Presidente, almeno se vivete in Lombardia, volete esercitare abusivamente una professione ad esercitare la quale nulla vi ha preparati e sulla quale non avete nessuna competenza, come dimostra il fatto stesso che pensate che sia una psicoterapia.
Sulla psicanalisi non s’impara niente all’università, e nemmeno in nessun istituto parauniversitario per la formazione di psicoterapeuti. La psicanalisi non s’impara sui libri scritti dagli altri (anche se bisogna conoscerne moltissimi), ma interrogandosi ogni volta di nuovo su quello che si fa. E proprio per questo tutte le abilitazioni di questo mondo non possono che ostacolarla e alla fine trasformarla in quello che non è, facendo diventare uno strumento di formazione uno strumento di deformazione.
Sarà per questo che, come dice Grimoldi, il Manifesto è “sottratto alla dimensione del tempo”. Sì, senza dubbio lo è, se il tempo pretende di cancellare quello che facciamo, per far diventare anche noi analisti dei lacchè.

 

LA PSICANALISI. La rivoluzione della parola. 


Maria Rosa Ortolan

                                                  
Il progetto La psicanalisi. La rivoluzione della parola, organizzato dall’Associazione psicanalitica il tempo della parola, svoltosi nella sede della medesima, si è articolato in quattro seminari, tenuti dalla dott.ssa Maria Rosa Ortolan e dal dott. Gianni Tagliapietra, volti a elaborare nell’attuale alcune tematiche prettamente psicanalitiche.
Il primo seminario sul tema Autorità e libertà è stato preceduto dalla lettura di uno scritto inviato dall’Assessore alla Cultura della Provincia di Venezia che non era potuto intervenire. In questo intervento l’Assessore Raffaele Speranzon ha precisato come gli sembri che “ la tendenza dilagante alla promozione del disimpegno, che trova i suoi ridicoli testimonials nei tronisti e nelle veline equivalga a un furto verso i giovani di ciò che hanno di più nobile. Significa rubare la voglia di fare, di combattere, di agire”. Gianni Tagliapietra ha proseguito mettendo in rilievo come l’autorità sia proprietà dell’autore, sia quindi il modo con cui per ciascuno c’è cominciamento e accrescimento. Il  suo apporto è proseguito nel seminario sul Lutto, dolore, piacere in cui egli sottolinea che nessun dispiacere si oppone alla vita, che, elaborandolo, qualsiasi accadimento diviene fonte di nuove produzioni culturali e artistiche.
Nel seminario intorno a La forza pulsionale: le costrizioni e il bisogno, Maria Rosa Ortolan ha esplorato in che modo la forza della vita non manchi mai se ci si dispone ad affrontare le prove di realtà andando oltre il principio del piacere. Il piacere non è un diritto gratuito, consegue alla necessità di fare, di inventare, di sognare, di combattere e di riuscire. L’elaborazione prosegue nel seminario su Legge, etica, clinica rilevando alcune questioni divenute luoghi comuni nell’epoca contemporanea ove la figura del padre sembra “evaporata” e con essa quella legge che lascia a ciascuno la sua responsabilità. Con ciò prevalgono le rappresentazioni di irresponsabilità e di godimento sostanziale e trasgressivo.
I seminari sono stati seguiti da un pubblico interessato e attento che ha partecipato ponendo questioni e annotazioni di notevole interesse; ciò ha consentito un approfondimento dei temi tenendo conto della specificità dei presenti e delle loro attività.

 

ARTE E INVENZIONE A TREVISO. La gioventù imprenditriceMaria Rosa Ortolan

La gioventù imprenditrice è quella nuova categoria di ventenni o trentenni cui, per poter lavorare, viene richiesto di aprire una partita IVA così da essere inquadrati come “collaboratori esterni”, con obbligo di presenza quotidiana? Sarebbe forse la categoria degli imprenditori per inquadramento formale, imprenditori forzati per poter essere dei “giovani” sottopagati?
Cosa ne è, oggi, del rischio d’impresa?
 Se la gioventù non identifica solo una categoria anagrafica, ma indica la forza della vita tesa alla riuscita pragmatica, gioventù non è quella forza che, indipendentemente dall’età, permette di accogliere il rischio di un fare inventivo? Allora, la gioventù non è una proprietà che caratterizza l’imprenditorialità?
È importante, oggi, chiedersi quale sia l'attualità della figura dell’imprenditore, quale sia il suo apporto alla ricchezza della società, in quanto frequentemente l'imprenditore viene confuso o sostituito dalla figura del manager. Imprenditore è chi si autorizza, si ammette e s'arrischia nell'imprevedibile itinerario della vita; chi non si ritira quando s'imbatte in difficoltà né delega responsabilità o dispiaceri ad altri, ma accoglie con forza e fiducia la scommessa della riuscita.
La ricerca inventiva e artistica si svolge intorno a quel che in ogni sistema, per quanto ben congegnato e proteso alla staticità, costantemente si trasforma e varia; rilevando il mutamento, la ricerca fornisce nuova progettualità, provocazioni che, se colte in modo specifico, alimentano l’innovazione che è il motore dell’impresa. Quali connessioni e in che modo si interfacciano l’arte e l’invenzione con l’impresa? In che modo l’imprenditorialità istiga l’ambito artistico, fornendo opportunità e strumenti nuovi? E ancora, come l’impresa si avvale dell’arte?

 


C’era una volta l’argento vivo…

Gianni TagliapietraÈ ormai noto a tutti, e in special modo a coloro che si occupano di educazione, il dilagare in occidente di una nuova malattia “mentale”, l’Adhd, la sindrome di invenzione americana chiamata «disordine di deficit di attenzione da iperattività» (Attention Deficit Hyperactivity Disorder). Presentata come malattia, va da sé che quanto essa sottolinea divenga ipso facto appannaggio della medicina e non già della società e, in essa, della famiglia, le quali sembrano subirla di buon grado come innocenti spettatrici. Si tratta di un’ansia, riconducibile a una domanda non soddisfatta di norme, che viene curata in tutto il mondo occidentale, ma particolarmente negli Usa, con lo stimolante Ritalin (un metilfenidato, che è un'anfetamina del tipo di quelle «proibite» ai ragazzi in discoteca) e con 1'antidepressivo Prozac, prodotti da due fra le più potenti multinazionali del settore. Fino a qualche anno fa, la Adhd sembrava colpire soprattutto negli Usa, mentre in Europa nei confronti di queste manifestazioni infantili (il vecchio «argento vivo»), erano disponibili insegnanti pronti a ricorrere ai tradizionali mezzi disciplinari, fonti di «ferite» narcisistiche che assorbivano, cicatrizzandosi, le energie in eccesso, 1'ansia, attraverso la funzione stessa della norma. Il vecchio slogan sessantottesco “vietato vietare” sembra realizzato. Così negli ultimi anni, con la sloganistica della politically correctness calata anche nelle pedagogie, e il crescente discredito dell'intervento disciplinare (più impegnativo per l'educatore, e il genitore che deve poi confermarlo a casa), la sindrome «deficit di attenzione da iperattività» si è fortemente diffusa anche in Europa e in Italia, come l'uso delle relative droghe (tali sono gli psicofarmaci) per fronteggiarla. Nulla di cui stupirsi se poi i ragazzi le cercheranno (essendovi già assuefatti) nei divertimenti notturni imposti dalla società dei consumi e dello spettacolo. Quando dal processo educativo è espulsa la funzione paterna, il posto del padre è sostituito progressivamente dalla proliferazione dei dispositivi medico-giudiziari e dei regolamenti burocratici. Nel mondo bidimensionale allucinato dagli “operatori” dell’educazione attraverso la geometria circolare della “Programmazione”, un’irrequietezza, un’idiosincracrasia, il manifestarsi di una questione anche in modo fastidioso non possono, non devono, evidentemente, esistere e men che meno divenire l’esca dell’educazione proprio sulla base delle norme, delle regole e dei motivi su cui si regge dispositivo educativo stesso. L’emergere di una questione, d’altra parte, dovrebbe implicare l’interrogazione, la cura, l’ascolto in chi occupa il posto dell’educatore. Non sia mai! Costui, evidentemente, ritiene invece di avere altro da fare e, lungi dal sentirsi parte in causa, si rappresenta come funzionario preposto all’applicazione e alla sorveglianza degli automatismi immaginari della programmazione. Da qui l’autoritarismo impotente e l’ubriacatura per la psicologia e il suo gergo parascientifico che dilaga negli ambienti scolastici.Di questo delirio istituzionale pochi si accorgono, sia dentro che fuori la scuola: è ormai considerato la normalità. Trent’anni di fabbrica del conformismo hanno prodotto una totale disaffezione all’intellettualità negli insegnanti, trasformati compiutamente in “operatori scolastici”, cioè assistiti pigri, arroganti e, spesso, inconsapevolmente crudeli di uno stato sovietizzato. Uno stato terapeutico, lo definisce Thomas Szasz, in cui le questioni che nella precedente mitologia statuale sarebbero state criminalizzate, vengono ora rappresentate come patologie e, di qui, smistate alla gestione del nuovo sacerdote dell’ordine sociale: il medico. Patologia, si sa, vuol dire irresponsabilità e consegna della questione agli esperti della salute. La “salute pubblica” è sempre l’altro nome del controllo sociale, secondo l’intramontabile lezione giacobina. Oggi il giacobinismo della medicina è sotto gli occhi di tutti, anche grazie ai mirabili interventi liberticidi di quel medico che è l’attuale ministro della salute. Medicina che, quale che sia la branca specialistica implicata, è sempre psichiatria, psicopolizia: com’è possibile, altrimenti, che il recente congresso italiano di pediatria si senta autorizzato a lanciare l’allarme contro i pericoli dell’infatuazione televisiva infantile per il wrestling? O contro il computer? O contro la televisione? Quale immaginaria salute ideale, quale fantasia del figlio ideale reggono questi pronunciamenti e quale autorità ideale si arrogano i medici, specie se sostenuti dalla delega dello stato, da un lato, e da quella delle famiglie, dall’altro? Dove viga la mitologia del figlio ideale, insegna la pratica psicanalitica, emerge regolarmente da un lato l’idea di una madre totipotente e, dall’altro, la figura del capro espiatorio: il figlio è ritenuto portatore dei segni del bene lo sarà anche, necessariamente, di quelli del male. E al primo inciampo si cercheranno i segni del male, perché il male del figlio è il male della madre, di quella madre che non può ammettere la propria non totipotenza. E infatti, come si nota nelle pratiche scolastiche ispirate a tale mitologia, ecco la massiccia e inarrestabile diffusione della “segnalazione”: dinanzi a una difficoltà, presunta o reale, nel processo educativo, ormai la scuola abdica. E l’insegnante è incentivato in mille modi dall’assetto giuridico-organizzativo della scuola ad abdicare a favore degli “specialisti” dell’équipe psico-pedagogica che, per il fatto stesso di esistere e di intervenire, qualificano di per sé il problema, quale che sia, come problema medico-psichiatrico. Il bambino o il ragazzo che sia oggetto di “segnalazione” è già avviato alla carriera del capro espiatorio, che oggi significa di soggetto psicofarmacologico: quello che, nel linguaggio della burocrazia scolastica, si dice con “segnalato” a tutti gli effetti significa, piaccia o meno, “malato mentale”.  

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